Avete presente la democrazia? Quella cosa lì, noiosa, fatta di regole, limiti, responsabilità, rispetto reciproco. Ecco, dimenticatela. Roba vintage. Oggi va di moda la democrazia in versione pop: colorata, urlata, semplificata. Tre slogan, due nemici, un colpevole a scelta. Fine del ragionamento.
La democrazia pop è inclusiva, per carità. Include tutti. Anche quelli che non hanno capito niente. Soprattutto quelli. È una democrazia accogliente: accoglie l’ignoranza come punto di vista, la violenza come stile comunicativo, la prepotenza come tratto identitario. Se sei gentile sei sospetto. Se argomenti sei elitario. Se studi sei chiaramente parte del problema.
Perché oggi funziona così: se dici che l’omofobia esiste, stai offendendo chi è omofobo. Se parli di razzismo, sei tu il vero razzista. Se nomini il fascismo, non stai facendo un’analisi storica, stai “limitando la libertà”. È la magia della democrazia pop: non conta più cosa dici, ma chi si sente colpito. E guarda caso, si sente sempre colpito chi urla più forte.
La libertà di espressione, in questa nuova edizione da discount, non è più il diritto di esprimere idee nel rispetto degli altri. No. È il diritto di dire qualsiasi cosa, comunque, a chiunque, senza conseguenze. Un grande sogno collettivo: parlare senza pensare, offendere senza rispondere, sentirsi perseguitati mentre si occupa tutto lo spazio pubblico.
E se qualcuno osa far notare che le parole hanno un peso, che il linguaggio costruisce realtà, che l’odio non è un’opinione, la risposta è sempre la stessa: “Non si può più dire niente”. Ed è vero. Non si può più dire niente di complesso. In compenso si può dire tutto il resto: banalizzare, deformare, urlare. Si può confondere la brutalità con la sincerità e l’arroganza con l’autenticità. Più sei rozzo, più sei libero. Più sei aggressivo, più sei vero.
La democrazia pop è molto sensibile, attenzione. Sensibilissima. Si offende facilmente. Non sopporta di essere contraddetta. Ha bisogno di sentirsi sempre dalla parte del popolo, anche quando il popolo viene usato come scusa per non ragionare. È la democrazia che confonde l’opinione con il fatto, l’urlo con l’argomento, l’istinto con il pensiero. E vince sempre l’istinto. Perché il pensiero richiede fatica, e la fatica oggi è considerata una forma di oppressione.
È una democrazia che, in nome del popolo, rinuncia perfino a disturbare il popolo. Perché educare richiede tempo, pazienza e responsabilità, mentre assecondare pancia e istinti rende subito, non costa nulla e porta applausi immediati.
Nella democrazia pop il rispetto è facoltativo, la competenza è un vizio, la complessità è una truffa. Tutto deve essere semplice. Bianco o nero. Noi o loro. Buoni o cattivi. E se la realtà non rientra nello schema, peggio per la realtà: la si piega, la si riduce a meme, la si ripete finché smette di dare fastidio.
E guai a ricordare che la democrazia nasce proprio per mettere dei limiti. Limiti al potere, alla forza, all’arbitrio. No, no. I limiti oggi sono roba da deboli. La libertà vera — ci spiegano — è fare quello che ti pare. Anche se danneggia gli altri. Anche se nega diritti. Anche se trasforma la convivenza in una rissa permanente. Se ti senti libero, allora va bene così.
E così arriviamo al capolavoro finale: una democrazia che, in nome della libertà, legittima l’arroganza. Che, in nome del pluralismo, normalizza l’odio. Che, in nome del popolo, smette di costruire cittadini e si accontenta di tifosi. A questo punto, più che un sistema politico, sembra un format televisivo.
La democrazia pop è un talent show permanente: si vota urlando, si vince offendendo, si viene eliminati pensando. Il confronto è fuori programma, la complessità viene censurata per eccesso di sillabe. I diritti entrano solo come ospiti scomodi, la dignità è stata tagliata in fase di montaggio, il rispetto non ha superato il casting. E mentre il pubblico applaude a comando, si scambia il frastuono dell’intrattenimento per democrazia.
Leggi l’editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Fondazione Amesci, su ServizioCivileMagazine








