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“Gli italiani hanno capito”. Sì, ma cosa?

Referendum: istruzioni per non capirci nulla e vivere felici in democrazia. L'editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Fondazione Amesci

25 Marzo 2026
in Fondazione

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C’è una frase che in Italia resiste a tutto: ai cambi di governo, alle crisi sistemiche, alle maggioranze variabili e persino alla prova della realtà. È quel riflesso condizionato che spunta, immancabile e un po’ presuntuoso, il giorno dopo ogni consultazione elettorale: “Gli italiani hanno capito”. Ma la domanda sorge spontanea: hanno capito cosa? E soprattutto, di quali italiani stiamo parlando?

Se osserviamo i dati del recente referendum sulla riforma della giustizia — cinque quesiti su separazione delle carriere, custodia cautelare e ruolo del CSM — il quadro si fa imbarazzante per chiunque ami le narrazioni semplificate. Con un No che si attesta intorno al 54% e un Sì poco sopra il 46%, la traduzione logica è spiazzante: quasi metà del Paese ha “capito” l’esatto opposto dell’altra metà. Più che una sintesi politica, siamo di fronte alla manifestazione plastica della nostra democrazia.

Questa aritmetica ci porta a una verità scomoda: esistono due Italie pressoché speculari, e ogni volta che un leader proclama che “gli italiani hanno capito”, sta parlando esclusivamente della propria metà preferita. Per converso, l’altra metà non avrebbe capito nulla: sarebbe stata manipolata, confusa, o peggio, non avrebbe “compreso la complessità del quesito”. È curioso notare come questa fetta di popolazione, reputata analfabeta funzionale dai vincitori di turno, rappresenti sempre quasi la metà della nazione.

Il voto referendario ha confermato che la partita non si è giocata sulla riforma della magistratura, ma sulla fiducia al governo. Non abbiamo deciso come amministrare la giustizia, abbiamo deciso, ancora una volta, come schierarci gli uni contro gli altri.

È il trionfo del bipolarismo all’italiana, dove la politica abdica al confronto per farsi curva da stadio e il dibattito si trasforma in un derby permanente. In questo scontro tra tifoserie, non c’è spazio per visioni del mondo o modelli di società, ma solo per l’appartenenza tribale. Il vantaggio è straordinario: non serve studiare programmi o districarsi tra commi costituzionali; basta scegliere se stare “con te” o “contro di lui”.

Eppure, a guardare bene, dietro la facciata del bipolarismo sopravvive intatto il nostro vero tratto identitario: lo spirito democristiano. Non la Democrazia Cristiana come partito, ovviamente sepolta da decenni, ma quella straordinaria attitudine nazionale a oscillare nel mezzo, a compensare e sopravvivere: un giorno un po’ più a destra, quello dopo un po’ più a sinistra, senza mai affondare il colpo definitivamente. La Balena Bianca non è affondata, si è semplicemente mimetizzata nel rumore dello scontro. E mentre ci raccontiamo la favola di un Paese moderno e finalmente bipolare, continuiamo a produrre non vittorie, ma equilibri precari: eterni pareggi con supplementari annessi.

In questo stallo, il mito della “volontà degli italiani” diventa una formula magica evocata dal pulpito di turno. La realtà è che gli italiani non hanno detto nulla di univoco: hanno espresso due volontà contrarie e simultanee. Non una verità rivelata, dunque, ma la fotografia onesta di un Paese in cui governare significa — o dovrebbe significare — farsi carico anche di quel 46% che, secondo la vulgata vincente, “non ha capito”.

Ed è esattamente qui che la politica italiana continua a fallire: confonde la vittoria con il mandato, il 51% con il consenso di un intero popolo. Se fare opposizione significa semplicemente aspettare il proprio turno di rivincita, e governare significa ignorare quasi metà dei cittadini, siamo condannati a scelte miopi e rancorose, capaci di segnare un punto ma incapaci di costruire qualcosa di duraturo.

La buona notizia, paradossalmente, è proprio questa: gli italiani non hanno capito nulla. E meno male. L’illusione che un intero popolo possa marciare al ritmo di un’unica verità è il sogno proibito di ogni autocrate. Finché continueremo a non intenderci — finché esisteranno due Italie che si guardano storte ma si tollerano — saremo al sicuro. La nostra confusione è l’ultima barricata rimasta contro il silenzio del consenso assoluto.

Leggi l’editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Fondazione Amesci, su ServizioCivileMagazine

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