«Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene», ricordava Denis Diderot. È una lezione antica che oggi interroga direttamente la politica italiana e il suo rapporto con il volontariato e il Terzo Settore. Perché quando la generosità civica viene evocata come soluzione universale ai limiti dell’azione pubblica, il rischio è chiaro: trasformare una risorsa democratica in un surrogato delle politiche mancate.
In Italia, il volontariato e il Terzo Settore rappresentano una straordinaria ricchezza sociale e civile. Nascono dalla libera iniziativa dei cittadini, riconosciuta e tutelata dalla Costituzione, dal desiderio di concorrere al bene comune, di rafforzare i legami sociali, di prendersi cura delle fragilità e delle comunità. Proprio per questo non possono essere considerati una estensione funzionale dello Stato, né una risposta automatica alle sue difficoltà di programmazione, investimento e assunzione di responsabilità.
Eppure, negli ultimi anni, questo confine appare sempre più sfumato. Volontariato e Terzo Settore vengono spesso immaginati come una riserva civica da mobilitare all’occorrenza: una forza supplente cui delegare funzioni pubbliche, servizi essenziali, responsabilità sociali che lo Stato non riesce — o non vuole — assumersi. Il tutto sotto il segno di una formula diventata ideologia: “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Più che una clausola tecnica, una vera dichiarazione di rinuncia alla politica. Alcuni episodi del passato recente, come l’ipotesi degli “assistenti civici” durante l’emergenza pandemica da Covid, hanno reso evidente questa deriva: l’idea che l’impegno volontario possa essere mobilitato per decreto, chiamato a svolgere funzioni pubbliche senza un chiaro inquadramento, senza risorse adeguate, senza una riflessione sul significato civico e democratico di quella partecipazione. Anche quando tali iniziative non si sono tradotte in atti concreti, il solo fatto che siano state immaginate ha rivelato un fraintendimento che non può essere ignorato.
Questo stesso equivoco emerge, in modo ancora più delicato e strutturale, anche in una delle politiche pubbliche di partecipazione più significative del nostro Paese: il Servizio Civile Universale. Nato come alternativa costituzionale alla leva armata e progressivamente affermatosi come esperienza di cittadinanza attiva, educazione alla pace e forma di difesa civile non armata e nonviolenta, il Servizio Civile è — e deve continuare a essere — un investimento pubblico consapevole sulle giovani generazioni e sulle comunità.
In questo modello, gli enti, pubblici e del Terzo Settore, svolgono una funzione essenziale di raccordo tra lo Stato e i giovani: li accolgono, li formano, li accompagnano nella cura delle comunità e nel percorso di crescita verso la vita adulta, assumendosi responsabilità organizzative, educative ed economiche rilevanti. È un esempio alto e generativo di sussidiarietà concreta, per molti aspetti unico nel panorama delle politiche pubbliche italiane, che oggi mostra però segnali di crescente tensione, laddove all’ampliamento delle aspettative e delle funzioni affidate al Servizio Civile non sempre corrisponde un adeguato riconoscimento del ruolo degli enti, né un investimento pubblico coerente con il valore sociale e costituzionale che a questa esperienza viene unanimemente attribuito.
Il Servizio Civile Universale esprime pienamente il proprio valore quando resta ciò che è: una scelta volontaria e temporanea, a forte contenuto educativo e formativo, orientata alla crescita personale e civica dei giovani e al rafforzamento del tessuto sociale delle comunità. Rischia invece di smarrire la propria funzione quando viene progressivamente caricato di un ruolo sostitutivo: quando è chiamato a colmare carenze strutturali dei servizi pubblici, delle politiche formative e delle opportunità di lavoro per i giovani; quando interventi pensati come straordinari tendono a stabilizzarsi, superando i limiti di sostenibilità organizzativa degli enti. In questa deriva non si rafforza la cittadinanza attiva: si indebolisce il valore del lavoro e si alimenta un’ambiguità che confonde partecipazione, supplenza e sostituzione.
Lo stesso equivoco riguarda il Terzo Settore nel suo complesso. Confondere l’assenza di scopo di lucro con l’assenza di costi è un errore politico ed economico che produce effetti sociali distorsivi. La sussidiarietà non è delega senza risorse, né trasferimento incompleto di responsabilità pubbliche: è cooperazione leale, fondata sul riconoscimento dei ruoli, sulla chiarezza delle funzioni, sulla condivisione degli obiettivi e sull’adeguatezza degli strumenti.
Un eccesso di regolazione, di adempimenti e di controlli, se non accompagnato da fiducia e sostegno, rischia inoltre di soffocare proprio ciò che si dichiara di voler promuovere: l’auto-organizzazione, la partecipazione, l’innovazione sociale. Il volontariato non cresce sotto il peso della retorica, ma all’interno di un ecosistema istituzionale che lo rispetta e lo considera parte integrante di una visione di sviluppo umano e sociale.
La questione, in ultima analisi, è profondamente politica.
In una fase storica segnata da crisi economiche, disuguaglianze crescenti, sfiducia delle giovani generazioni e fragilità sociali diffuse, non è sostenibile immaginare che la risposta possa essere affidata principalmente all’impegno gratuito dei cittadini. Uno Stato fondato sul lavoro non può chiedere al volontariato e al Terzo Settore di farsi carico, in modo strutturale, dei costi sociali delle politiche mancate.
Esiste però una strada diversa, possibile e necessaria. È la strada di una politica che investe, che distingue, che dialoga e co-programma. Una politica che riconosce il valore del volontariato senza strumentalizzarlo; che rafforza il Terzo Settore come partner autonomo e competente, non come supplente; che tutela il Servizio Civile Universale come esperienza educativa, costituzionale, generativa di cittadinanza e di pace.
Perché se volontariato, Terzo Settore e Servizio Civile continueranno a essere evocati come risposte morali all’assenza di investimenti e come alibi etici alla rinuncia alla programmazione, il rischio è chiaro: non la rinascita della partecipazione, ma la sua lenta erosione.
La generosità non è una risorsa da amministrare. È un patrimonio democratico da custodire.
Leggi l’editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Fondazione Amesci, su ServizioCivileMagazine








