«Il potere non te lo dà un distintivo o una pistola, il potere te lo danno le bugie, grandi bugie e convincere il mondo a parteggiare per te».
La frase di Sin City non è solo una battuta cinematografica: è una fotografia inquietante del nostro tempo. Un tempo in cui la pace globale è sempre più a rischio non soltanto per le guerre in corso, ma per la sistematica alterazione della realtà operata da leader che hanno trasformato la menzogna in strumento di governo.
La pace non muore solo sotto le bombe. Muore quando la verità viene piegata, quando il diritto internazionale diventa un fastidio, quando la propaganda sostituisce il confronto democratico. In questo scenario, Donald Trump rappresenta un caso emblematico ma non isolato. La sua retorica aggressiva, l’unilateralismo ostentato, l’uso disinvolto della forza e la pretesa di legittimarsi come “uomo di pace” mentre viola regole condivise mostrano una concezione del potere fondata non sulla responsabilità, ma sulla narrazione. Non conta ciò che è vero, conta ciò che si riesce a far credere. La stessa logica attraversa altri contesti e altri leader. Vladimir Putin ha giustificato l’aggressione all’Ucraina costruendo una realtà alternativa, in cui l’invasione diventa “difesa”, la guerra “operazione speciale”, la repressione interna “sicurezza nazionale”. Benjamin Netanyahu ha progressivamente ridotto ogni critica all’azione militare a un attacco esistenziale allo Stato di Israele, confondendo deliberatamente sicurezza, vendetta e sopravvivenza politica personale. Viktor Orbán, nel cuore dell’Europa, ha svuotato le istituzioni democratiche dall’interno, usando il linguaggio della sovranità per comprimere diritti, pluralismo e libertà di stampa. Contesti diversi, storie diverse, ma un tratto comune: l’uso strumentale della realtà per consolidare il potere.
Le bugie, grandi o piccole, servono a costruire consenso, a delegittimare gli avversari, a rendere accettabile ciò che altrimenti apparirebbe inaccettabile. È così che la guerra diventa normale, la repressione necessaria, l’ingiustizia inevitabile.
In questo quadro, è fondamentale chiarire un punto spesso manipolato: criticare l’uso illegittimo della forza o la violazione del diritto internazionale non significa difendere governi autoritari o pratiche antidemocratiche. Il caso venezuelano lo dimostra. Il governo di Nicolás Maduro è stato ampiamente contestato per la legittimità delle elezioni, per la repressione del dissenso, per l’erosione delle libertà civili. Allo stesso tempo, le recenti retromarce giudiziarie su alcune accuse simboliche mostrano quanto anche la narrazione penale e politica possa essere piegata a fini strumentali. Due verità possono coesistere: un governo può essere autoritario e, insieme, non per questo legittimo bersaglio di azioni unilaterali che calpestano le regole comuni.
La pace autentica vive di questa complessità. Non tollera la semplificazione brutale, non si nutre di slogan, non cresce nella logica amico-nemico. La pace richiede verità, diritto, istituzioni forti, cittadini informati. Richiede leader capaci di anteporre il bene collettivo all’interesse personale, la responsabilità al consenso immediato. Quando il mondo accetta che la realtà sia negoziabile, che la menzogna sia uno strumento legittimo di governo, allora la pace diventa precaria. Perché chi controlla il racconto controlla anche il confine tra giusto e sbagliato, tra difesa e aggressione, tra democrazia e autoritarismo.
Difendere la pace oggi significa difendere la verità. Non come astratto principio morale, ma come fondamento concreto della convivenza internazionale.
Senza verità, non c’è diritto. Senza diritto, non c’è pace. E senza pace, nessuna bugia potrà mai garantire sicurezza o futuro.
Leggi l’editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Fondazione Amesci, su ServizioCivileMagazine








