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Amesci > News > Servizio civile > 25 anni della legge 64/2001: il Servizio Civile, infrastruttura civile della Repubblica

25 anni della legge 64/2001: il Servizio Civile, infrastruttura civile della Repubblica

L'editoriale di Enrico Maria Borrelli, Presidente Consulta Nazionale SCU

6 Marzo 2026
in Servizio civile

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Il 6 marzo del 2001 non fu una giornata come le altre per il Parlamento italiano. In quell’aula, dove spesso il contingente vince sul lungimirante, veniva approvata la Legge n. 64. A venticinque anni di distanza è possibile riconoscere con chiarezza il significato di quella scelta. Non si trattò soltanto di una riforma amministrativa o di un riordino normativo, ma del riconoscimento del servizio civile come una delle infrastrutture civili della nostra democrazia.

Come molti della mia generazione, io c’ero. Ho attraversato quei corridoi, ho vissuto la tensione ideale di chi, giovane obiettore, sentiva che il proprio “no” alle armi non era un rifiuto del dovere, ma l’affermazione di un modo diverso di onorarlo. Aver vissuto le riforme del 1998, del 2001 e infine quella del 2017, per poi trovarmi oggi a presiedere la Consulta Nazionale, mi permette di guardare a questo anniversario con una gratitudine che è civile prima ancora che personale. È la soddisfazione di chi vede un’idea di gioventù, allora spesso guardata con sospetto, diventare patrimonio solido della Repubblica.

Con la Legge 64 si compiva un passaggio epocale. Il Servizio Civile cessava di essere esclusivamente il “prezzo da pagare” per chi sceglieva l’obiezione di coscienza alla leva militare; si affrancava dalla sua natura sostitutiva per assumere una dignità propria, autonoma, sorgiva. Nel momento in cui il Paese si preparava alla sospensione della leva obbligatoria, il legislatore ebbe l’intelligenza rara di non disperdere quel patrimonio di impegno civile e culturale maturato in decenni di obiezione. Al contrario, scelse di trasformarlo in una politica pubblica universale, capace di parlare a tutti, indipendentemente dal genere e dalla scelta di coscienza individuale.

La forza di quella legge risiede nel coraggio di una definizione: concorrere alla Difesa della Patria con mezzi e attività non militari. In queste poche parole è racchiusa una rivoluzione copernicana del concetto di sicurezza. Difendere la Repubblica non significa soltanto presidiare i suoi confini geografici con la forza dei reggimenti. Significa, con altrettanta urgenza, rafforzare la coesione sociale, sostenere i territori più fragili, promuovere la solidarietà e la partecipazione civica come argini contro la disgregazione. Se un confine è sicuro ma il tessuto sociale interno è lacerato dalla solitudine e dall’ingiustizia, quella Patria è davvero difesa? La Legge 64 rispose di no, indicando nella cittadinanza attiva la più moderna e necessaria forma di protezione dei valori costituzionali.

In questo quarto di secolo, il Servizio Civile ha dimostrato di essere una presenza discreta ma essenziale. È un’infrastruttura che non si vede con il cemento, ma si avverte nel calore di un centro per anziani, nella tutela di un bosco, nella valorizzazione di una biblioteca di periferia. Centinaia di migliaia di giovani hanno offerto il proprio tempo operando nei servizi sociali, nella protezione civile, nella cooperazione internazionale. Non hanno costruito ponti di pietra, ma legami sociali. Hanno lavorato accanto agli enti del Terzo Settore e alle amministrazioni locali, diventando quel collante che tiene unite le membra spesso stanche della nostra società.

Eppure, ogni anniversario degno di nota deve essere un momento di verità, non solo di celebrazione. Oggi viviamo in un contesto internazionale radicalmente mutato rispetto al 2001. Il ritorno della guerra in Europa, le tensioni crescenti e la crisi del senso di comunità pongono sfide inedite. In questo scenario, il Servizio Civile Universale assume un significato ancora più profondo: è uno dei pochi luoghi rimasti in cui la Repubblica coltiva attivamente una cultura della pace e della nonviolenza. Non una pace intesa come assenza di conflitto, ma come costruzione quotidiana di giustizia e dignità della persona.

La riforma del 2017 ha alzato ulteriormente l’asticella, parlando di “Universalità”. Questa è la nostra sfida per i prossimi venticinque anni: fare in modo che questa opportunità non sia un privilegio per pochi, ma un diritto accessibile a ogni giovane che voglia mettersi alla prova. Le istituzioni hanno il dovere di prendersi cura di questo istituto della Repubblica, garantendo continuità e risorse. Investire nel Servizio Civile non è una spesa corrente, è un investimento sulla qualità stessa della nostra democrazia. È offrire ai giovani uno spazio di responsabilità dove il “noi” prevale sull’ “io”.

Guardando indietro al ragazzo che ero, sento che quel cammino non è ancora concluso. Il Servizio Civile resta l’anima giovane di una Repubblica che non smette di cercare la sua vocazione di pace. Il modo più autentico per onorare il 6 marzo 2001 non è guardare al passato con nostalgia, ma rinnovare oggi quella promessa: fare del servizio alla comunità la più alta espressione della libertà individuale. Perché è attraverso la cura dell’altro che un Paese impara a non avere paura del futuro.

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