La discussione sul ritorno alla leva obbligatoria, rilanciata in Italia dal ministro Guido Crosetto e periodicamente riproposta da alcune forze politiche, vive oggi un momento di apparente rinnovata attualità. Ma dall’Europa arriva un segnale chiarissimo: quando si chiede ai cittadini se accettano un obbligo generalizzato di servizio – militare o civile – la risposta, laddove la cultura democratica è matura, è no. E non un no qualsiasi: un no massiccio, trasversale, inequivocabile.
La schiacciante bocciatura del servizio civico in Svizzera
Il caso svizzero – un Paese dove il servizio militare obbligatorio maschile è ancora in vigore e dove la cultura dell’impegno civico è profondamente radicata – è emblematico.
L’“Iniziativa Servizio civico”, che proponeva l’estensione a tutti i cittadini, donne incluse, dell’obbligo di un servizio per la collettività o l’ambiente, è stata respinta dall’84,15% dei votanti. Nessun cantone, nessun comune ha detto sì.
Un rigetto così netto non può essere liquidato come un riflesso corporativo. Le motivazioni dei partiti svizzeri – di destra come di sinistra, conservatori come progressisti – convergono su alcuni punti chiave:
– non si risolve la crisi di personale imponendo obblighi universali;
– un servizio forzoso rischia di indebolire l’esercito, più che rafforzarlo;
– l’obbligatorietà genera burocrazia e costi insostenibili;
– sottrae giovani a un mercato del lavoro già in sofferenza;
– rischia di colpire settori delicati – cura, educazione, agricoltura – con ulteriore lavoro sottopagato;
– sul piano valoriale, è una misura paternalista, che confonde impegno civile e imposizione statale.
La Svizzera, patria del sistema di milizia, ha detto che l’uguaglianza non si costruisce con la coscrizione universale e che la sicurezza non cresce costringendo giovani a incarichi che lo Stato fatica a definire.
L’Italia e il mito del “ritorno alla Naia”
Mentre la Svizzera chiude nettamente la porta a forme di obbligo esteso, l’Italia torna a discutere di leva. La proposta Zoffili della Lega punta a reintrodurre sei mesi obbligatori per tutti i giovani tra 18 e 26 anni, con destinazione civile o militare. Altre iniziative in Parlamento guardano a modelli di riserva militare o a forme volontarie rinforzate.
Eppure, lo stesso ministro Crosetto – pur rilanciando il tema – ha chiarito che le Forze Armate non sono un luogo deputato alla rieducazione civica dei giovani. Una dichiarazione che smonta l’argomento più ricorrente nella retorica della leva: l’idea che i giovani abbiano bisogno di disciplina, ordine, gerarchie per “diventare adulti”.
Questa narrativa non solo è paternalistica: è culturalmente vecchia, socialmente distorta e istituzionalmente pericolosa.
Perché l’Italia non può permettersi il ritorno alla leva obbligatoria
È culturalmente insostenibile
Vent’anni dopo la sospensione della leva, l’Italia è profondamente cambiata. I giovani vivono in un ecosistema dinamico, plasmato da mobilità internazionale, formazione continua, innovazione digitale, cittadinanza attiva libera e responsabile.
Riproporre una misura coercitiva significa ignorare:
– la libertà di scelta come principio democratico;
– il valore dell’impegno volontario;
– il ruolo formativo del servizio civile come esperienza di crescita e non di imposizione.
Il servizio civile, quando funziona, funziona perché è volontario, non perché è obbligatorio. Lo dimostrano i numeri: ogni anno decine di migliaia di ragazze e ragazzi scelgono liberamente di impegnarsi. La scelta genera motivazione; l’obbligo genera risentimento.
È socialmente regressiva
L’obbligo generalizzato colpisce soprattutto:
– giovani con redditi più bassi, che devono rinunciare a lavoro o studio;
– settori pubblici già fragili, rischiando di creare lavoro sostitutivo e sottopagato;
– le donne, che verrebbero penalizzate da una redistribuzione forzosa di ruoli non retribuiti.
La Svizzera lo ha detto con chiarezza: “più coscrizione = più precarietà” nei settori di cura e nei servizi essenziali.
È economicamente non sostenibile
Reintrodurre la leva costerebbe allo Stato miliardi:
– per la formazione, la logistica, l’alloggio, le indennità;
– per la gestione del personale;
– per la perdita di produttività di centinaia di migliaia di giovani sottratti al lavoro o all’università.
In un Paese che già soffre una drammatica carenza di lavoratori qualificati, fermare intere generazioni per sei mesi significa indebolire la competitività nazionale e rallentare la crescita.
È lo stesso allarme lanciato dalle associazioni economiche svizzere: un obbligo generalizzato “allontana centinaia di migliaia di giovani dai luoghi di lavoro”, genera burocrazia e produce costi senza un ritorno reale per la sicurezza.
È inefficace sul piano della sicurezza
Oggi la sicurezza nazionale richiede:
– professionalità qualificate;
– tecnologie avanzate;
– formazione specialistica;
– mobilità rapida di personale addestrato.
Una massa di coscritti a rotazione continua non offre alcun valore aggiunto.
Le Forze Armate stesse lo ripetono: serve personale altamente formato, non giovani costretti e temporanei.
È una risposta sbagliata a problemi reali
Reintrodurre l’obbligo maschera le vere emergenze:
– mancanza di investimenti nei servizi essenziali;
– carenze strutturali nella protezione civile;
– impoverimento dell’offerta formativa;
– disaffezione dei giovani verso le istituzioni.
A questi problemi si risponde con politiche pubbliche, non con il ritorno a modelli del Novecento.
L’unica strada percorribile: rafforzare, non snaturare, il Servizio Civile Universale.
La lezione svizzera è preziosa anche per l’Italia: la cittadinanza attiva non si impone, si favorisce.
E si favorisce non con l’obbligo, ma con:
– un servizio civile universale più accessibile, più stabile e meglio finanziato;
– un riconoscimento pieno delle competenze acquisite;
– un raccordo forte con scuola, università e imprese;
– percorsi di impegno davvero utili per i territori, non attività sostitutive di lavoro pubblico.
È la stessa impostazione che Fondazione Amesci promuove da anni: l’impegno civico deve essere una scelta, non una costrizione. Un patto educativo, non un dovere imposto.
Conclusione: ascoltare i cittadini, non le nostalgie
L’Italia vive una stagione complessa: crisi demografica, incertezza internazionale, fragilità sociali. In questo contesto, evocare il ritorno della leva può sembrare una scorciatoia rassicurante.
Ma è un miraggio.
La Svizzera lo ha dimostrato: persino in una democrazia solida, con tradizione militare e spirito civico radicato, l’idea di obbligare tutti a un servizio imposto non regge alla prova del voto.
L’Italia non può permettersi di ignorare questo segnale.
Rafforzare la sicurezza, la coesione e la partecipazione è possibile solo investendo sulla libertà, sulla formazione e sulle scelte consapevoli dei giovani. Tutto il resto è nostalgia travestita da politica.








