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Parlare ai giovani e parlare con i giovani. Usare il loro linguaggio per comunicare con un mondo in continua evoluzione che oggi, all’epoca del web 2.0, vive una vera e propria rivoluzione dei linguaggi sociali. La cultura oggi si forma sempre meno a partire dal libro, dalla stampa e dallo schermo tv: si forma invece in altri luoghi, quelli che i giovani scelgono di frequentare liberamente e nei quali sentono di poter offrire il loro contributo. Nel momento in cui la conoscenza non passa più per i canali verticali e pedagogici tradizionali, bensì si elabora in comune nelle varie Wikipedia, nei siti di approfondimento o nelle reti di blog tematici, occorre prendere atto di una nuova forma di sapere che non è necessariamente meno valida di quella che sostituisce. La politica e la società si trasformano, cambiano forma. La democrazia si presenta come priva di appeal perché si riferisce a un demos che appare come un soggetto intangibile e ignoto, un volto in cui non ci si riconosce più e che poco ha a che fare con la natura sensibile e in perenne cambiamento delle community dei giovani e delle loro vibrazioni affettive. Il sistema politico attuale riposa su ideali astratti e proiettati nel lungo termine, incapaci di mobilitare la partecipazione di gruppi e persone sempre più attaccati a simboli e passioni che possono “consumare” e “comunicarsi” nella prospettiva concreta del carpe diem, qui e ora. I confini degli Stati-nazione, le grandi case delle nostre democrazie, risultano troppo rigidi e arbitrari rispetto al nomadismo e al desiderio di mobilità che animano i flussi culturali del nostro tempo (viaggi, comunicazioni, migrazioni). Le culture digitali non sono più alla ricerca di rappresentanza né appaiono disposte a delegare ad altri le decisioni che concernono il proprio ordine di vita. Il cybernauta non si lascia rappresentare, non delega, ma si “presenta” direttamente nello spazio pubblico con la sua capacità di costruzione e di manipolazione del linguaggio. Ma, attenzione, lo fa non in quanto individuo isolato, ma con alle spalle una comunità costituita da affinità elettive. La proliferazione di “comunicrazie” non è quindi un fenomeno tipico di minoranze (disobbedienti o rivoluzionarie), ma si espande in tutto il corpo sociale. E anche le strutture delle nuove tribù, formatesi in questo processo, superano i modelli tradizionali di democrazia, radicata nel territorio di uno Stato. La potenza di ogni comunicrazia nascente deriva quindi dalla solidarietà interna che fonde il gruppo che condivide simboli, informazioni e affetti: e che insieme delineano l’aura della tribù. Le reti sostengono una configurazione debole e orizzontale del potere, in cui il cybernauta e le comunità diventano le figure protagoniste. Alcuni studi teorizzano che si sia raggiunto il paradosso di un’industria culturale in cui essa si incarna nei suoi stessi utenti. La sua parabola ha consentito di spostare i riflettori dalla marcia regale della Storia alle piccole storie di vita ordinaria, e di rimettere al centro la poesia senza scrittura del quotidiano, così come il suo aspetto più tragico. Walter Benjamin ha indicato nel 1936 che la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte innesca il processo del “divenire arte del pubblico”. In modo analogo, la riproducibilità digitale del mondo politico, il mondo delle reti e dei nuovi media, sollecitano il “divenire politico del pubblico”, laddove non vi è più una barriera tra chi governa e chi è governato.
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